"Dai spostati! Ma quanto hai bevuto??"

La multidisciplinarità a volte è la chiave per risultati straordinari. Quando più figure professionali collaborano, il risultato può sorprendere tutti, anche loro stessi.
L’orologio da muro che ha fatto la storia del design cela un segreto: non si sa bene chi lo abbia ideato. George Nelson è considerato uno dei più alti esponenti del modernismo americano, noto per unire bellezza e praticità. Contribuì con il suo ingegno a cambiare con successo il product design, il graphic design e il design di interni nel corso della sua straordinaria carriera cinquantennale. Nelson era un eccellente creativo e negli anni ha raccontato quei momenti di ispirazione improvvisa che lui aveva, e che chiamava “zap” creativi: «Quando improvvisamente scopri di essere connesso con una realtà che non ha mai sognato, sei così concentrato con l’idea che ti è venuta in mente, che le persone che ti stanno vicino immaginano che tu stia avendo un ictus cerebrale…». Persona di grande talento, fondò nel 1947 il suo studio di New York, il George Nelson Associates, e per i successivi venticinque anni lui e il suo collega Irving Harper collaborarono insieme progettando centinaia di prodotti. Tra le tante aziende, lavorarono per
la Howard Miller Clock Company: per loro crearono, tra il 1949 e la metà degli anni Ottanta, oltre 150 orologi da muro. Tra questi, il primo e il più famoso fu il Ball Clock (Modello 4755), uno dei primi orologi da muro al mondo senza numeri. Nel 1953, in un’intervista, Nelson raccontò la storia di come l’orologio a sfera prese vita nel 1947, durante una lunga e allegra notte passata tra amici. Nelson era ancora in ufficio insieme a Irving Harper (designer responsabile della linea Howard Miller) quando passarono di lì i suoi amici Isamu Noguchi, abile scultore e Richard Buckminster Fuller, il brillante inventore delle cupole geodetiche. Tra risate, battute e vino, iniziarono a disegnare orologi su un rotolo di carta traslucida. Nell’intervista, relativamente all’ideazione dell’orologio da muro, Nelson disse:«Ricordo che fu una delle serate più divertenti. Arrivò Noguchi insieme a Bucky Fuller, e a qualche bottiglia di vino. Noguchi, che non riesce a tenere le mani lontane da nulla, ha visto che stavamo lavorando sugli orologi e ha iniziato a fare dei ghirigori su un foglio. Poi Bucky ha messo da parte Isamu dicendo: “Dai spostati, si fa così un orologio...” e ha fatto uno scarabocchio assolutamente assurdo. A quel punto tutti si diedero da fare spingendosi l’un l’altro da parte facendo scarabocchi. A un certo punto ce ne siamo andati, eravamo tutti stanchi e avevamo decisamente bevuto un po’ troppo. La mattina dopo siamo tornati, ed ecco il disegno dell’orologio a sfera nel foglio di carta sul tavolo… Irving e io l’abbiamo guardato e da qualche parte in questo foglio c’era disegnato un orologio a sfera. Ancora oggi non so chi lo abbia ideato...»
Secondo quanto riportato da Stanley Abercrombie in ‘George Nelson: The Design of Modern Design’ del 1995, Nelson afferma che il progetto porta inconfondibilmente le caratteristiche del tratto di Harper, della fantasia di Noguchi e della capacità ingegneristica di Fuller, e solo su una cosa è certo: che non era stato lui a farlo, quella notte qualcun altro aveva avuto un tempestivo “zap” creativo ( forse anche un po’ alcolico). In questo oggetto in particolare, Nelson ebbe l’ingegno di osservare come le persone utilizzavano gli orologi, arrivando alla conclusione che queste ultime leggevano l’ora distinguendo la posizione rispettiva delle lancette. Questa evidenza rendeva marginale l’utilizzo dei numeri. Inoltre, considerando che la maggior parte delle persone indossava abitualmente orologi da polso, suppose di conseguenza che gli orologi da muro fossero diventati, considerando i tempi, un elemento decorativo facente parte dell’arredo.Una grande intuizione per un grandissimo progetto.
Molte storie di grande design raccontano di un genio solitario che ha avuto una visione. Ma forse le storie più interessanti sono quelle dove nessuno sa realmente da dove sia venuta l’idea. Forse il vero design democratico non è solo quello che serve il popolo, ma quello che è stato creato da una democrazia creativa— dove il titolo, il nome, l’ego vengono messi da parte, e ciò che rimane è il puro risultato della collaborazione.
Questa e altre 31 storie sono raccontate in Scomodo ma di design.

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